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Al Festival di Internazionale ne discutono Mason e Morozov, rispettivamente giornalista economico britannico e sociologo russo, proponendo come soluzione servizi analoghi a Uber, Airbnb di carattere pubblico. Ma a uno stato, che profila i cittadini col redditometro, questi dati fanno solo comdo.

La diffusione di internet, dei social network e dei servizi online ha dato a tutti noi tantissime opportunità: compiere operazioni online senza code interminabili agli sportelli, risalire a persone che non vedevamo da una vita, conoscere meglio ed essere aggiornati in tempo reale su prodotti e servizi che ci interessano.

Di sicuro tutto questo ci viene comodo, ma c’è il rovescio della medaglia: i nostri dati sono nelle mani dei gestori di questi servizi, i quali se ne servono a scopo di marketing, violando il nostro diritto alla riservatezza e non lasciandoci di fatto liberi di cercare qualcosa senza essere schedati. Quante volte capita di fare una ricerca su Google a proposito di un’azienda, di un corso o di qualsiasi cosa e poi, magicamente, su Facebook ci vengono proposti profili o post sponsorizzati, su quello che abbiamo cercato? La questione è cruciale.

Questo argomento è stato oggetto di un dialogo tra Paul Mason, giornalista economico di Channel 4 e di The Guardian, e Evgeny Morozov, sociologo russo, specializzato in mezzi di comunicazione e di nuove tecnologie, tenutosi il 1 Ottobre, al Teatro Comunale di Ferrara, nell’ambito del festival di Internazionale, la famosa rivista che documenta diverse realtà esistenti nel mondo

Regolamentare le attività su internet

Morozov afferma: “La questione centrale è la regolamentazione dello spazio cibernetico”. Il cyberspazio è diventato nel tempo un ambito non regolamentato dalle leggi nazionali, bensì da altre norme, definite diritto cibernetico.
“Quando si è tentato di regolamentare – continua Morozov – un’attività online con le regole del diritto nazionale, ad esempio per Airbnb, l’azienda è ricorsa in giudizio. La sua difesa? Che la regolamentazione limita la sua libertà ed è assimilabile alla censura”.
L’attuazione di questo principio da il via libera ad alcune attività di fare il bello e il cattivo tempo coi nostri dati.

Quando la comunicazione tra persone diventa business

Attività come Faceook, Google, Uber e Amazon hanno fatto del lucro sulla comunicazione tra le persone il loro punto di forza. “La parola chiave è esternalità, quella che si esercita nello spazio tra economia e informazione” afferma Mason. Le aziende ci offrono servizi apparentemente gratuiti, in realtà pagati coi nostri dati personali, utili per fare business.
“La mano sinistra buona ci dà i servizi gratuitamente mentre la mano destra prende i nostri dati e può addirittura rivenderli” rincara Morozov, paventando il rischio che di questi possano disporre banche e assicurazioni.

Riprendere il controllo della tecnologia

Si pone quindi il problema, che riguarda la società, di possedere la tecnologia che usiamo quotidianamente poiché la circolazione dei dati è incontrollata. Mason e Morozov concordano sull’urgenza di riprendere tale controllo. “Per uscire da questa situazione, occorre un’alternativa a Uber e Airbnb che sia di tipo governativo” afferma Morozov. “Il consiglio comunale di Ferrara potrebbe, ad esempio, incaricare degli sviluppatori perché scrivano una app che faccia lo stesso lavoro di Uber” propone Mason.

Morozov rafforza la tesi della necessità di una gestione pubblica di questi servizi, con uno scenario a dir poco preoccupante: Google influenza la politica, operando spesso a Bruxelles. Inoltre, si sta ritagliando un ruolo nel settore dell’energia: Vogliamo davvero che in futuro tutto sia gestito da Airbnb, Uber e Google?

Se vogliamo riassumere in una frase i concetti emersi dal dibattito possiamo dire che è urgente strappare, almeno in parte, i nostri dati a queste società di lucro, per concentrarli su servizi analoghi, di carattere pubblico, cioè sotto il controllo degli enti locali e dello Stato.

Lo Stato: il primo raccoglitore dei nostri dati

L’idea potrebbe essere buona se le istituzioni tutelassero veramente la privacy; invece, se ci pensiamo, ormai è lo Stato il primo a controllare le nostre spese e, in un certo senso, la nostra vita.

Basti pensare al redditometro, uno strumento messo a punto per ricostruire i nostri redditi, giustificato col pretesto dell’elevata evasione fiscale, il quale concretamente traccia un profilo su ciascun cittadino analizzando le spese fiscalmente registrabili (es. mutui, affitti, polizze), incrementi patrimoniali sugli investimenti (al netto di eventuali disinvestimenti), il risparmio accumulato nell’anno e le spese per elementi certi, quelle non documentabili ma date per sostenute poiché derivanti da beni posseduti; non puoi non aver mai pagato, per esempio, la bolletta della luce poiché vivi in una casa che va illuminata e nella quale ci sono elettrodomestici di uso quotidiano.

Cos’è questa, se non profilazione di un cittadino? Come si può pensare che uno Stato, primo cacciatore di informazioni sensibili, possa ostacolare l’abuso dei dati raccolti? In questo contesto è difficile che l’ente pubblico si accolli spese per la gestione di servizi ai cittadini, al solo scopo di garantire loro la privacy; semmai queste società fanno comodo allo Stato poiché sono di gran supporto, con tutti i dati a loro disposizione, alle operazioni di schedatura già promosse da “chi deve prevenire l’evasione fiscale”.

 

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