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Più problemi che vantaggi secondo i massimi esperti informatici, specie sulla criptatura dei dati. Impossibile coniugare privacy e controllo dell’espressione del voto. In Italia non aiutano bassa connettività e scarsa alfabetizzazione informatica.

Nell’era del commercio elettronico, dei social e dei sondaggi sul web si parla frequentemente di votare online, comodamente da casa, senza andare al proprio seggio di riferimento e, quindi, rischiare di trovarsi nella sezione sbagliata. Con guadagni anche per la pubblica amministrazione, che si troverebbe a risparmiare sugli scrutatori, sugli addetti alla sorveglianza dei seggi e a ottenrere potenzialmente gli esiti in tempo reale.

Non possono tuttavia essere trascurati i grandissimi rischi legati ai brogli elettorali che, a meno di impiegare un sofisticatissimo sistema di controllo delle operazioni di voto, a prova di hacker, diventerebbero molto più semplici da commettere. Basti pensare che oggi pure i siti più sicuri qualche volta subiscono attacchi da parte di hacker molto esperti.

E non si può dire che oggi ci siano sistemi di criptatura dei dati trasmessi in grado di evitare l’intercettazione del voto. Chi lo dice? Il MIT (Massachusetts Institute of Technology), una delle più importanti università di ricerca del mondo, con sede a Cambridge, nel Massachusetts (Stati Uniti).

Dopo aver studiato attentamente le elezioni negli USA è giunto alla conclusione che il voto elettronico non è affidabile.

Anche la US Vote Foundation ha condotto parecchi esperimenti nei vari stati a stelle e strisce, da cui ha dedotto che col “voto di domani” ci sono più problemi e lacune che vantaggi.

Tanti software: scelta delicata

Un sistema di questo tipo verrebbe gestito tramite un software apposito, sviluppato da case produttrici, tutte impegnate a vendere il proprio. In questo mercato i funzionari elettorali molto difficilmente sarebbero in grado di verificarne il buon funzionamento, quindi di scegliere quello più adatto a garantire privacy e sicurezza, e che abbia un’interfaccia intuitiva, sopratutto per i meno pratici di computer.

Gli esperti in informatica, di contro, non hanno trovato del tutto veritiere ed esaurienti le informazioni sui software fornite dai produttori, ossia non vi è nessuna crittografia all’altezza della situazione. Il rischio di avere dei programmi molto scadenti è parecchio alto, specie in tempi di crisi, dove la pubblica amministrazione destina la minor quantità possibile di risorse economiche per i servizi dei cittadini.

Un unico software

A questo punto sorge spontanea una domanda: e utilizzare un unico software per tutti? Questa soluzione risolverebbe il problema della scelta, ma la sfida principale sta nel mettere in piedi un sistema che garantisca l’esatta interpretazione del voto unita alla certezza di non sapere chi l’ha espresso. Non è certo facile interpretare correttamente il voto di una persona di cui ignori l’identità, parola di chi ha fatto lo scrutatore!

Un voto stile Whatsapp: crittografia end-to-end

Una soluzione al problema della privacy potrebbe venire dalla crittografia end-to-end, implementata da Whatsapp: un messaggio giunto a destinazione è accessibile solo dal mittente e dal destinatario, ma non dal software che lo gestisce.

Qui la privacy è effettivamente tutelata, ma resta aperta la questione del controllo di un voto che arriva; probabilmente il sistema non sarebbe in grado di controllarne la regolarità.

Seppure su questo aspetto stiano lavorando molti esperti, chi attualmente consiglia il governo statunitense sulla questione ritiene impossibile garantire privacy e controllo del voto tramite crittografia.

Italia: un paese decisamente indietro

Quelli fin qui descritti sono i problemi rilevati dagli esperti in materia, per lo più inseriti in una realtà diversa dalla nostra: quella statunitense.

Per quanto riguarda l’Italia ci sono altri aspetti negativi legati al contesto sociale.

Il primo, molto rilevante, riguarda la bassissima alfabetizzazione informatica. Secondo dati citati in un articolo del Fatto Quotidiano, pubblicato il 18 Gennaio 2016, meno della metà degli italiani (il 47% della popolazione) ha competenze digitali di base, contro una media europea del 59%, e tra questi solo il 29,5% ha competenze superiori a quelle minime.

Le cifre parlano da sole: oltre la metà degli aventi diritto al voto non si troverebbero a loro agio nell’esprimere la preferenza davanti a un pc, con maggiori probabilità di commettere errori.

A questo si unisce la bassa connettività del paese, classificato in materia al 27° posto in Europa, su 28 (penultimi!), dal Digital economy and society index, ente che misura il progresso degli Stati membri dell’Unione europea verso un’economia e una società digitale.

Tradotto: molti elettori sarebbero ostacolati nell’esercitare il loro diritto anche da una rete lenta e inefficiente.

Voto elettronico e voto online

Il fatto che oggi il voto online sia da escludere, principalmente per motivi di sicurezza, non comporta necessariamente l’impiego di schede e matite copiative in eterno. A patto di migliorare la connettività dell’Italia potrebbe essere fattibile registrare elettronicamente il voto nei seggi tradizionali, in presenza di un presidente di seggio che certifica la regolarità dell’operazione di voto e di scrutatori che spieghino e aiutino l’elettore ad esprimere la preferenza con la nuova procedura. Ribadisco che sarà di fondamentale importanza l’intuitività dell’interfaccia grafica del software.

Prima che questo divenga realtà, almeno il Italia, è necessario innalzare il livello di digitalizzazione del Paese. Va migliorata, di molto, l’efficienza della rete internet, attraverso la diffusione, su tutto il territorio nazionale, della banda larga. Sono inoltre necessarie politiche di formazione propedeutica per tutti sull’uso degli strumenti informatici, affinché questi siano impiegati anche a fine utilitaristico e non solo per postare sui social la cena al ristorante o per giocare a Pokèmon go.

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